Abbiamo quindi bisogno di narrazioni perché è solo attraverso un continuo racconto che definiamo ciò che siamo. E per far questo utilizziamo storie che raccontiamo a noi stessi attraverso un continuo processo drammaturgico come specchio interiore, e su noi stessi, una messa in scena che mostra al mondo chi siamo e come gli altri potranno, a loro volta, riconoscerci attraverso le loro storie. Una vera fatica.
Al tormento e al piacere del narrare non sfugge nemmeno la (sostenibilità). Johanna Macy e Molly Brown nel loro «Coming back to life» ne fanno il cuore di un processo di riconnessione con la propria ragion d’essere. Se narrare è atto necessario, la lente delle storie sulla/della (sostenibilità) diviene tanto assoluzione quanto gesto consolatorio e talvolta giustizialista quando prende le vesti di atto morale. Con buona pace. Le autrici indicano quelle storie che, a loro giudizio, racchiudono, nell’insieme, gli atteggiamenti più frequenti che, sia personalmente che socialmente, assumiamo nei confronti delle tematiche ambientali e sociali. Gli atteggiamenti attraverso i quali possiamo leggere e comprendere il mondo che ci circonda e la crisi che stiamo vivendo, che coinvolgono in prima battuta la transizione ecologica, possono essere ricondotte principalmente a tre narrazioni, in breve, nelle storie che raccontiamo, in merito, a noi stessi e agli altri. Le possiamo tratteggiare, con una certa libertà interpretativa, come segue:
- La prima storia: business as usual – la prima storia copre un ventaglio di posizioni che potremmo definire riduzionistiche, nel senso che tendono a ridimensionare la portata del problema. Comprende i negazionisti ad oltranza ma anche chi semplicemente sottostima gli impatti sull’ambiente e gli effetti che le attività umane hanno sul clima. la convinzione dominante in questa storia è la seguente: in fondo non è necessario modificare i nostri stili di vita, sia rispetto ai regimi produttivi e di sfruttamento delle risorse naturali, sia in termini di consumi pro-capite, poiché in generale la situazione è sotto controllo, lo dimostra il fatto che conduciamo tutti, più o meno, una buona vita, anche consumando come ci pare e piace; o, quanto meno, le difficoltà non sono così pesanti come altri ritengono. Ce la faremo, andrà tutto bene. Gli sviluppi della tecnologia nella storia dell’umanità lo dimostrano: abbiamo sempre trovato le migliori soluzioni anche di fronte alle più grandi sfide: perché non dovrebbe essere così anche questa volta?
- La seconda storia: the great unraveling – la seconda storia è condivisa da coloro che hanno elaborato una proiezione pessimistica della situazione, di ciò che ci aspetta nel futuro; tutti coloro che, per vie diverse e diverse considerazioni, reputa che non abbiamo molte alternative. Questa narrazione si fa forza di un approccio scientifico, si affida agli esperti, si appoggia sui dati. Per questo motivo fra i suoi sostenitori contiamo ricercatori ed esperti, soggetti cioè particolarmente competenti nel raccogliere, ordinare e interpretare dati relativi ad aspetti specifici e particolarmente critici della crisi climatica e dei danni all’ecosistema. Si tratta delle figure più titolate nell’esprimere un parere esperto su questioni specifiche di questa distruzione irreversibile e ne conoscono le conseguenze, compreso il sentimento di perdita – il lutto, connesso al «dolore ambientale»- che ne consegue. Sovente costoro ritengono di avere la facoltà di esprimere l’ultima parola sulle questioni connesse alla (sostenibilità), anche quando il perimetro delle riflessioni si allarga ben al di là del campo specifico rispetto al quale sono esperti. Spesso inoltre ritengon responsabili del disastro altri, spesso associati alla prima storia, al «business as usual», in quanto ciechi di quanto sta succedendo. L’atteggiamento varia quindi fra il «predicatore nel deserto» e il «grande censore», entrambi legati alla Grande Verità.
- La terza storia: the great turning – l’ultima storia è, a tutti gli effetti, un punto di svolta. Comprende tutti coloro che hanno consapevolmente interiorizzato il messaggio veicolato dal «grande disvelamento», hanno affrontato le conseguenze emozionali che questa presa d’atto comporta, ma si pongono con atteggiamento costruttivo rispetto alle modalità per affrontare le conseguenze. Più che risolute risposte, tendo a porsi buone domande su quali possano essere le soluzioni creative necessarie a sostenere il cambiamento di cui abbiamo urgentemente bisogno. Si tratta di soggetti che abbracciano un’ampia dimensione sistemica e non si accontentano di una Grande Verità, consapevoli che questa, lasciata a se stessa, può rappresentare una grande fregatura. Sono, in fondo, dei bricoleur: vivono nella consapevolezza che è necessario operare con quel che ci rimane, nel bene e nel male; senza grandi illusioni, ma con responsabilità.
Le tre narrazioni sono il frutto della complessa interazione sociale dei diversi attori (cittadini, media, organizzazioni, esperti, rappresentanti politici ecc.) che concorrono mutuamente a rendere stabile, credibile e convincente uno scenario piuttosto che l’altro. Queste narrazioni influenzano e condizionano la possibilità di assumere buone decisioni rispetto a temi fondamentali per il nostro futuro (politiche energetiche, protezione della biodiversità ecc.).
- Quali altre narrazioni possiamo aggiungere a quelle proposte da Joanna Macy e Molly Brown?
- Noi tutti ne abbiamo, a nostra volta, una molto personale. Sapere qual è, è già frutto di una buona dose di consapevolezza?
- Tu hai mai esplorato a fondo la tua?
J.Macy e M. Brown, Coming back to life, New Society Publishers


