I recenti, drammatici avvenimenti climatici e geopolitici ci mettono di fronte al nuovo e all’inatteso, in modo spesso inaspettato e angoscioso. Ci accorgiamo che ciò che viviamo e le spiegazioni che forniamo per comprenderne le cause sono quasi sempre inadeguati. Un sintomo di questa difficoltà lo si nota nel fatto che spiegazioni e narrazioni di questi vissuti sono spesso molto dissimili; questo può dipendere da diversi atteggiamenti ed emozioni che attraversano ciò che viviamo, ma può derivare anche dal fatto che non sappiamo bene come attribuire significati e cause ad avvenimenti inaspettati, caratterizzati da una complessità che facciamo fatica a contemplare in tutte le sue dimensioni. Non abbiamo strumenti, cognitivi e metacognitivi, per dare un significato appropriato a quanto ci accade. E questo avviene perché gli eventi eccedono gli ordini di scala che eravamo abituati a utilizzare nella conoscenza dei fenomeni. C’è una frattura fra esperienza e conoscenza. Ci rediamo conto che sta emergendo qualcosa di eccedente e inaspettato, ma non comprendiamo esattamente di cosa si tratta, non sappiamo come indagare/osservare per capire i fenomeni; ci mancano le categorie e gli strumenti; siamo privi di un approccio adeguato ad affrontare la complessità. La teoria generale dei sistemi e gli studi della complessità sono divenuti nel tempo strumenti preziosi per estendere la visione della nostra conoscenza. Stiamo costruendo cerniere appropriate fra un pensiero metodologicamente accurato della teoria dei sistemi e la comprensione dei fenomeni che sopravvengono e generano i vissuti nelle nostre vite. Ci domandiamo: di fronte alla complessità, qual è il metodo di osservazione più adatto? A riguardo, Joel De Rosnay[1] sostiene, in sintesi, che:
- la complessità costituisce la prevalente caratteristica strutturale degli organismi sociali creati dall’uomo,
- l’uomo si è dimostrato incapace di esercitare un dominio completo sia sugli strumenti di indagine sia sulla natura che tali strumenti dovrebbero rivelare,
- la crisi conoscitiva attuale è pertanto fondamentalmente metodologica, nel senso che è necessaria la ricerca di nuovi metodi di approccio a problemi complessi,
- abbiamo bisogno di metodi, intesi nel senso più generale come strumenti capaci di governare i due momenti fondamentali nei quali l’autore identifica l’azione esploratrice dell’essere umano: la definizione di una teoria e l’applicazione in contesti di realtà.
De Rosnay, presenta come soluzione un approccio alla complessità attraverso la metafora del macroscopio. “Microscopio, telescopio: le parole evocano le grandi esplorazioni della scienza verso l’infinitamente piccolo e verso l’infinitamente grande. Il microscopio ha permesso un tuffo vertiginoso nelle profondità del vivente. [..] Il telescopio ha aperto le menti all’immensità del cosmo. Ci confrontiamo oggi con un altro infinito, l’infinitamente complesso. Senza strumenti, questa volta. Nulla: solo un cervello nudo, un’intelligenza e una logica senza armi, di fronte all’immensa complessità della vita e della società. [..] Ci serve uno strumento prezioso come lo furono il microscopio e il telescopio per la conoscenza scientifica dell’universo, ma destinato questa volta a tutti coloro che tentano di capire il senso e il posto delle loro attività. [..] Chiamerò questo attrezzo il macroscopio (macro, grande; skopein, osservare). Il macroscopio non è un attrezzo come gli altri, è uno strumento simbolico, un insieme di metodi e di tecniche ispirate alle più varie discipline. Il macroscopio può essere considerato il simbolo di una nuova maniera di vedere, di comprendere e di agire”.[2] Il macroscopio è, secondo la proposta di De Rosnay, una sorta di nuovo strumento di indagine che promette di praticare l’osservazione della complessità: un attrezzo sistemico per interrogare la complessità della natura e del sociale.
Il problema delle condotte osservative è posto, in anni più recenti, da Timothy Morton,[3] per affrontare i problemi complessi dell’ecologia e della sostenibilità, tentando di comprenderli, ponendo un problema di fondo relativo a cosa possiamo intendere per «comprensione» di eventi e fenomeni che resistono agli strumenti di indagine che abbiamo utilizzato sino a tempi recenti. Il filosofo utilizza la ricerca legata all’infinitamente piccolo (teoria quantistica) per individuare inediti aspetti metodologici utili a indagare fenomeni macroscopici: “l’osservazione fa parte dell’universo degli oggetti, tanto quanto l’osservabile – non è uno stato ontologicamente peculiare – (per esempio, un soggetto). Più in generale, ciò che Bohr chiamava principio di complementarità assicura che nessun quanto può disporre di un accesso totale a un qualsiasi altro quanto. Proprio come la lente di un microscopio fa apparire più nitido un oggetto e ne sfoca altri, la variabile relativa a un quanto diventa nitida a spese di altre variabili. [..] Per Bohr i fenomeni quantici non si legano semplicemente ai loro dispositivi di misurazione, sono identici a essi. Gli strumenti di misurazione e i fenomeni misurati formano un tutto indivisibile. [..] La realtà non può essere considerata una macchina. [..] L’idea classica della separabilità del mondo in unità discrete ma interagenti, non è più valida o rilevante. [..] E questo può essere vero ancor più per i livelli di realtà superiori, quelli dell’evoluzione della biologia e dell’ecologia”.[4]
La lezione che possiamo derivare dai rilievi di metodo posti da De Rosnay e Morton è particolarmente rilevante quando ci poniamo il problema di definire i termini di comprensione della sostenibilità. Un approccio restaurativo non giova, ormai ne abbiamo contezza; dovremo forse de-costruire. Entrambi i criteri metodologici fanno riferimento a un fatto: siamo di fronte a una complessità indirimibile: ci troviamo esposti all’interazione di fenomeni così intricati e complessi che la fitta trama di «eventi emergenti» non può essere composta, risolta. La dobbiamo affrontare attraverso una nuova prospettiva, con nuovo spirito e inediti strumenti. Richiede di dotarci di una nuova epistemologia o, forse, è il caso che dobbiamo rinunciare all’epistemologia in quanto ontologia e adottare una visione più prudenziale. Del resto, ogni epistemologia è politica, suggeriva Eduardo Viveiros de Castro. Il che abbassa drasticamente il nostro livello di cecità.
Se assumiamo come ipotesi prudenziale che i fenomeni complessi -quantici- non possano essere spiegati attraverso il metodo scientifico classico, pena il degrado di ciò che si sta osservando, segue che si pone una sfida sovraordinata, relativa a cosa stiamo osservando attraverso il come stiamo osservando. In altre parole, se esaminiamo una manifestazione complessa attraverso la lente del metodo classico ciò che prenderemo in considerazione sarà ciò che vogliamo osservare (spiegare, comprendere ecc.) ma qualcos’altro di eccedente sta accadendo, e noi non lo stiamo captando. Per osservare (spiegare, comprendere ecc.) un sistema complesso -o un fenomeno emergente- è necessario adottare metodi che già in se stessi tengano in debito conto l’irriducibilità di ciò che abbiamo di fronte, strumenti di indagine e concetti che hanno a che vedere con l’eccedente: il «macro-» e l’«iper-» per marcare l’impossibilità di esaurire il discorso attraverso uno strumento di osservazione/indagine che de-finisca (etimologicamente) l’oggetto di osservazione. Morton puntualizza: “nessun discorso è davvero oggettivo, se per oggettivo si intende un discorso-maestro che definisce il «meta» di ciò di cui si parla”,[5] aspetto metodologico già noto nelle scienze dei sistemi formali da Kurt Godel -e parallelamente da John von Neumann- nei cosiddetti «teoremi di incompletezza» dimostrati già negli anni Trenta.
- Analogamente, quando costruiamo la nostra personale narrazione, dobbiamo chiederci: quali sono gli strumenti, cognitivi e non solo, che utilizziamo per dar vita a storie nelle quali crediamo?
- Quali sono gli «angoli bui» che non compaiono nelle nostre storie?
- Cosa non sappiamo di non sapere?
[1] J. De Rosnay, Il Macroscopio, verso una visione globale, Dedalo
[2] J. De Rosnay, ibid.
[3] T. Morton, Iperoggetti, Nero ed.
[4] T. Morton, ibid.
[5] T. Morton, ibid.


