Due sono i principi che definiscono i confini a cui un metodo che intende osservare fenomeni complessi ed enormi deve rispondere: la lente dell’interdipendenza che modella la teoria dei sistemi, e l’irriducibilità dell’osservato di entità in-controllabili attraverso le categorie logiche a cui siamo, almeno da Aristotele, abituati. Morton propone un angolo di osservazione inedito attraverso gli «iperoggetti», che definisce: “entità diffusamente distribuite nello spazio e nel tempo. Un iperoggetto può essere un buco nero. Un iperoggetto può essere il centro petrolifero dell’area di lago Agrio in Ecuador, o la riserva di Everglades in Florida. Un iperoggetto può essere la biosfera o il sistema solare. Un iperoggetto può essere la somma complessiva di tutto il materiale nucleare presente sulla Terra, o semplicemente il plutonio, o l’uranio. Un iperoggetto può essere il prodotto stesso, incredibilmente longevo, della produzione umana: il polistirolo o le buste di plastica [..] Gli iperoggetti, dunque, sono «iper» in relazione a qualche altra entità, siano essi costruiti direttamente dagli esseri umani oppure no”.[1]
Gli iperoggetti sono tali in quanto esorbitanti rispetto a ciò che noi possiamo sapere di loro, sia in merito alla loro ontologia, sia rispetto agli ordini di scala con i quali si manifestano -parzialmente e transitoriamente- nella nostra esperienza. In questo modo Morton mette al riparo tali costrutti dalla tentazione, così radicata nel pensiero antropocentrico, del controllo da parte dell’uomo. “La loro essenza ultima è preclusa agli esseri umani. [..] Gli iperoggetti sono dotati di alcune proprietà caratteristiche che possono essere individuate «per sottrazione»: non abbiamo il potere di de-finirle, ma ne conosciamo l’esistenza per via delle loro manifestazioni nella nostra vita”.[2]
Possiamo immaginare che, da parte del filosofo inglese, si tratti del tentativo di decostruire i fondamenti di un pensiero «antropocentrico» per definire una forma di «realismo», come gli piace sostenere, più adatto a spiegare le manifestazioni di un quadro complessivo -climatico, ambientale, antropologico, sociale- di cui abbiamo perso la bussola. Per questo motivo, gli iperoggetti non possono dirsi nemmeno semplici costrutti mentali, perché si manifestano con tutta la loro virulenza nella nostra esperienza, spesso in modo extra-ordinario, ma sfidano sempre e comunque la nostra comprensione. Fino a un certo punto, non sappiamo nulla della loro esistenza, ma li subiamo, a volte ne siamo travolti.
“Gli iperoggetti hanno già avuto un impatto significativo sullo spazio umano, sia psichico che sociale. Sono direttamente responsabili di quella che definisco la «fine del mondo» e rendono obsoleti tanto il negazionismo ecologico quanto l’ambientalismo apocalittico”.[3] Essi pongono, in qualche modo, la condizione di rendere impossibile la narrazione stessa, in quanto tale, perché instaurano una frattura non colmabile fra l’esperienza e la conoscenza: come individui viviamo il crollo del bastione nord della Marmolada nella sua forma più drammatica, ma il riscaldamento climatico -in fondo- non sappiamo dove stia, se non che sta dappertutto in quanto siamo costretti a constatarne manifestazioni ovunque. Leggiamo con sgomento dello sterminio degli Yanomami dovuto all’inquinamento delle falde acquifere, ma non comprendiamo perché adesso e perché così. Quando ci affrettiamo a imbastire modelli predittivi derivati dalle sciagure intercorse ad altri o a noi stessi corriamo il rischio di lasciarci sopraffare dall’angoscia di controllo, credendo a quello che vediamo; vediamo un ciclone estivo, fuggiamo da un incendio incontrollabile. Perdiamo così la lucidità necessaria per contemplare quella dimensione eccedente propria degli iperoggetti. L’incendio è l’epifenomeno, ma di cosa? Prendiamo la parte per il tutto.
Per mantenere la necessaria acutezza mentale non si può fare a meno di compiere uno sforzo metodologico importante per maturare la coscienza dell’impossibilità di colmare questa frattura; ma possiamo avvalerci di una ipostatizzazione delle loro proprietà, utile a colmare un vuoto di comprensione di qualcosa che rimane -in definitiva- inafferrabile.
- Gli iperoggetti sono viscosi – nel loro modo di manifestarsi penetrano nella nostra esperienza, condizionando in profondità la nostra vita. Quando ne facciamo esperienza sono pervasivi ed «eccedenti»: hanno un impatto che non riusciamo a controllare, che invade le nostre vite e rispetto al quale siamo del tutto impotenti. Le foglie rosse delle piante che crescono indisturbate nella zona circostante la centrale di Fukushima Dai-Ichi e l’incapacità di arginare in maniera completa e definitiva la deflagrazione dei reattori e dei conseguenti sversamenti nelle acque dell’oceano Pacifico ne sono un’esemplificazione (per quanto tempo non potremo calpestare quel suolo, quanti milioni di litri di acqua radioattiva continueremo a sversare nel Pacifico…). La viscosità è la proprietà degli iperoggetti che permette a noi esseri umani di prendere consapevolezza delle conseguenze di qualcosa che tuttavia è sempre altrove ma che, proprio per questo, ci ricorda continuamente che non c’è più un altrove: una proprietà sorprendente che rende drammaticamente evidente che ciò che subiamo, ciò che si manifesta non è l’iperoggetto, ma solo una sua conseguenza.
- Gli iperoggetti sono non-locali – se dunque ciò di cui noi facciamo esperienza è un epifenomeno, un tratto emergente, un comportamento locale che in quanto tale non può essere identificato come «l’iperoggetto», questa constatazione ci costringe ad adottare un pensiero irriduzionista. La temporalità rispetto alla quale gli iperoggetti esistono non è riconducibile né alla temporalità delle eventuali manifestazioni locali -il tempo dell’esperienza umana- né di quella storica: la memoria degli iperoggetti non è la memoria degli esseri umani. L’«iperstoria» non può essere sussunta alla storia. Inoltre, gli iperoggetti non possono essere localizzati dalle coordinate nello spazio/tempo al quale siamo abituati: dove sono situate, esattamente, le radiazioni? Dov’è il riscaldamento globale? Il dominio di appartenenza degli iperoggetti è estraneo -e sconosciuto- all’essere umano. Gli iperoggetti ci obbligano a considerare ordini di scala con i quali pensavamo di non dover fare i conti; confini di cui non abbiamo contezza ci mettono davanti al fatto compiuto che esistono ordini di scala di cui non possiamo fare esperienza, che fatichiamo persino a concepire.
- Gli iperoggetti sono interoggettivi – possiedono una terza proprietà, l’interoggettività; la loro manifestazione, locale, dipende da interdipendenze fra oggetti e percezioni soggettive così intricate da essere incontrollabili. Il loro essere viscosi, pervasivi, distribuiti, indiretti è frutto delle reti di relazioni complesse che li determinano su scale molto ampie, e dunque invisibili direttamente a qualsiasi osservazione. “Su scale molto ampie, tutte le entità sono interconnesse in un sistema intersoggettivo definito rete. Una rete è costituita dalle relazioni tra i fili di metallo intrecciati non meno che dagli spazi esistenti tra i fili. Le reti si configurano come potenti metafore capaci di descrivere la strana interconnessione delle cose. [..] Gli oggetti forniscono buoni esempi di intersoggettività. In particolare, del fatto che nulla è esperito direttamente, ma solo attraverso altre entità. In uno spazio sensuale condiviso”.[4] Se il principio dell’interdipendenza riconduce alle proprietà di funzionamento dei sistemi, cioè dell’idea di rete come insieme di nodi, connessioni e flussi -dove gli oggetti sono virtualmente superflui- l’interoggettività, proposta da Morton, riporta al centro l’oggetto e il suo potere di entrare in contatto con il soggetto percipiente attraverso le proprietà estetiche di cui questo è dotato. Si tratta, in definitiva, di un’ontologia dell’oggetto e della sua opacità rispetto al soggetto, che ne può fare esperienza localmente e non può mai comprenderla né nella sua completezza, né nella sua essenza, bandendo in modo definitivo ogni tentativo di definire un’ontologia e persino una fenomenologia degli eventi.
La prospettiva delineata attraverso gli iperoggetti è così importante perché permette di comprendere come ciò che accade altrove condiziona, ormai, tutto ciò che accade a noi. “Ogni decisione che prendiamo è in una certa misura presa in relazione agli iperoggetti”.[5] Per questo motivo dovremo abdicare alla pretesa di delineare una comprensione esaustiva di iperoggetti rispetto ai quali esibiamo talvolta una certa disinvoltura: ecologia, riscaldamento climatico, natura, biosfera, ecc., ma non potremo fare a meno di definire linee di azione che avranno sempre a che fare con iperoggetti. Questa stringente considerazione rende manifesta la necessità di una Governance per arginare politiche reattive alle crisi -ambientali e sociali- con le quali regolarmene dobbiamo fare i conti. Non potremo reperire soluzioni locali ma, piuttosto, sarà necessario operare a livello macro-, iper- per confidare nella riduzione di emergenze locali (esattamente nella doppia accezione: manifestazioni collocate precisamente nello spazio/tempo, e crisi che dobbiamo affrontare in determinati momenti e in determinati luoghi).
- Fin dove dobbiamo «zoomare» per avere una diversa comprensione di un fenomeno?
- A cosa dobbiamo fare riferimento -a livello più ampio- per attribuire su un livello non- locale questa manifestazione locale?
- A che livelli di scala dobbiamo fare riferimento per comprendere in maniera appropriata una manifestazione locale?
- Quali sono le proprietà estetiche che ci permettono di entrare in relazione con questo iperoggetto?
[1] T. Morton, ibid.
[2] T. Morton, ibid.
[3] T. Morton, ibid.
[4] T. Morton, ibid.
[5] T. Morton, ibid.


