Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente. (Mao Zedong)
I principali fattori di competitività che caratterizzano la Cina contemporanea, evidenziati dal «Rapporto Draghi»[1] sono, in sintesi, i seguenti.
Dominanza nelle catene di approvvigionamento critiche: la Cina è il più grande trasformatore di materie prime critiche (CRM) essenziali per la transizione energetica e digitale, con una quota compresa tra il 35% e il 70% dell’attività di lavorazione per nichel, rame, litio e cobalto.
Detiene inoltre una quota preponderante nella raffinazione di specifici minerali critici, come la metà degli impianti chimici di litio e quasi il 90% degli impianti di raffinazione del nichel in forza e pianificati; è, ancora, il fornitore principale per l’UE di numerosi minerali critici, con quote di mercato molto elevate per alcuni di essi come Magnesio (97%), HREEs (100%), Boro (99%), Gallio (71%), Germanio (45%) e altri. Questa concentrazione nella lavorazione e nell’offerta crea una dipendenza cronica per l’UE, incapace di inserirsi in un mercato ormai monopolizzato, e conferisce alla Cina un potere di mercato eccezionale. Storicamente, infatti, l’economia dell’UE si è basata su un modello in cui le materie prime vengono estratte in alcuni paesi, lavorate in altri paesi (come la Cina), e poi importate negli Stati membri per il loro utilizzo.
Costi di produzione e di investimento inferiori: si stima che nel settore del fotovoltaico, i costi di produzione dei moduli in Cina siano inferiori di circa il 35%-65% rispetto all’UE; inoltre, alcune stime industriali indicano che i costi di produzione integrata di celle e moduli nell’UE sono superiori del 70%-105% rispetto alla Cina. I costi di investimento sono stimati essere tre volte superiori nell’UE rispetto alla Cina, con costi inferiori per manodopera e materie prime che contribuiscono al divario di costo nel fotovoltaico. Infine, costi inferiori (inclusi know-how, economie di scala e costi del lavoro) sono citati anche come fattori di vantaggio competitivo della Cina nella catena del valore dei veicoli elettrici.
Vantaggio tecnologico e specializzazione: la Cina si è mossa più velocemente e su scala maggiore e coordinata lungo l’intera catena del valore dei veicoli elettrici; ha dimostrato una forte specializzazione e posizionamento in tecnologie complesse, sia digitali che verdi, come l’Intelligenza Artificiale, la Tecnologia delle batterie, l’Energia eolica e i Trasporti ecologici, basandosi sui dati dei brevetti. Ha inoltre una quota significativa nella catena del valore dei semiconduttori, in particolare nell’Assemblaggio, Imballaggio e Test (70%), Materiali (41%) e Fabbricazione di wafer (20%).
Strategia industriale coordinata e ampia scala del mercato interno: la Cina ha adottato diverse strategie per incoraggiare i costruttori automobilistici stranieri a produrre e vendere sul mercato cinese o a stringere partenariati con i costruttori cinesi (ad esempio, tramite joint venture o accordi di trasferimento tecnologico); le politiche hanno in questo modo definito standard comuni e facilitato l’accesso a tecnologie, dati e risorse per la produzione automobilistica. La Cina è il più grande mercato per i veicoli elettrici (60% delle nuove immatricolazioni globali nel 2023), il che consente ai produttori cinesi di sfruttare economie di scala nella produzione. In più, mostra una tendenza generale all’aumento dei finanziamenti pubblici per ricerca e sviluppo.
Minore dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili: la Cina mostra un livello di dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili inferiore o in diminuzione rispetto all’UE.
L’approccio pragmatico dell’economia cinese dovrebbe insegnarci qualcosa. È vero, la già menzionata Bussola dell’UE si sofferma sulla necessità di colmare il divario di innovazione, sulla correlazione fra decarbonizzazione e competitività, sulla riduzione delle dipendenze e sulla promozione di partenariati, ma sembra mancare il punto.
A una visione poco chiara rispetto al futuro in Europa, quando si considera il fenomeno cinese su larga scala, si corre spesso il rischio di affidarsi a luoghi comuni anche nella comprensione del passato e del presente. Si tratta di un fatto curioso, poiché la Storia è una prospettiva particolarmente cogente per noi europei. Perché noi eurocentrici abbiamo una visione della Cina -e dell’Asia- senza prospettiva storica? Un’assenza forse non voluta, forse legata alla «magnifica alterità», così difficile da valutare e da contenere, ma pur sempre del tutto fuori strada… Se, in qualche modo, l’approccio etico europeo è diventato per noi un boomerang, in che senso l’approccio culturale cinese è superiore al nostro? Un passato senza storia; un presente incompleto: affidandoci a una prospettiva compressa e ideologica manchiamo di comprendere che il potenziale della Cina è stata una realtà ben diversa per secoli. Eppure, la storia dovrebbe insegnarci qualcosa: il nostro approccio eurocentrico e una corta visione della prospettiva storica ci forniscono un quadro non realistico del peso che la Cina ha avuto nel mondo nel corso della storia.
Del paese del dragone abbiamo una percezione generica e possediamo riferimenti storici approssimativi che coprono, pressappoco, un periodo che va dal 1820 ai primi anni del 2000. Questo lasso di tempo, durato poco meno di due secoli ha visto vivere, da parte della Cina, una grande debolezza economica, sociale e politica. Noi eurocentrici ci affidiamo troppo spesso a questo fallace imprinting; una Cina retrograda rispetto al progresso tecnologico, sociale e culturale dell’Occidente. Ma una prospettiva più ampia fornisce ben altri riscontri. La Cina fu infatti economicamente superiore (in termini di PIL pro capite e valore assoluto) all’Europa Occidentale dal primo secolo d.C. fino al XIV secolo, con la dinastia Sung (X-XIII secolo) che rappresenta in particolare un periodo di forte crescita intensiva e spiccata innovazione tecnologica. Su un arco di scala temporale ancora più ampio, si può osservare che la ricchezza della Cina, per circa due millenni, è sempre stata superiore a quella del continente europeo. Se del resto dal XIV secolo il reddito pro capite si è attestato su valori inferiori, il valore assoluto dell’economia cinese è sempre stato superiore a quello del continente europeo, per via delle proporzioni demografiche più elevate. In termini di dimensione totale, la popolazione della Cina è stata molto più numerosa dell’Europa Occidentale per tutto il periodo considerato, dal primo secolo d.C. in poi. Ad esempio, nel primo secolo d.C. la popolazione cinese era prossima ai sessanta milioni contro i sovrastimati venticinque milioni dell’Europa Occidentale, e nel 1820 era superiore ai trecentottanta milioni contro i poco più di centotrenta milioni della popolazione europea, valori che mostrano una differenza in rapporto di circa 1:3 per quasi duemila anni. Questa popolazione numerosa e in costante crescita contribuì a mantenere un PIL totale superiore a quello dell’Europa Occidentale fino alla seconda metà dell’Ottocento, nonostante il PIL pro-capite fosse ormai inferiore. Apporto demografico e ricchezza complessiva hanno visto, per due millenni, la Cina sopravanzare in modo netto e perentorio rispetto alla ricchezza e alla capacità demografica europee.
Si deve inoltre constatare che la Cina fu tecnologicamente superiore all’Occidente, spesso con diversi secoli di anticipo rispetto all’Europa, in aree chiave come la navigazione, la cartografia, l’astronomia (calendario) e la stampa, e mantenne questo primato almeno fino all’inizio del XV secolo. Le ragioni principali di questa superiorità posso essere ricondotte alla precocità tecnica, all’efficace burocrazia, alle significative innovazioni agricole e alla capacità di diffondere la conoscenza (in parte grazie alla stampa).
Gli ultimi duecento anni, in sintesi, non fanno la storia della Cina. Ne indicano semmai gli appetiti, i desiderata, la meta: tornare la protagonista di un tempo, il campione di tecnologia e avanguardia che ha caratterizzato la sua storia per più di duemila anni. L’atteggiamento isolazionista adottato durante la dinastia Ming e le sue nefaste conseguenze, che portarono la Cina verso una netta regressione, se paragonata all’ascesa dell’Occidente negli ultimi cinquecento anni, hanno permesso a Deng Xiaoping prima e a Xi Jingping successivamente di far tesoro e considerare il mondo intero il loro mercato «naturale». Se la perdita di questo vantaggio nei due secoli precedenti è legata alla stagnazione e alla decisione di chiudersi al mondo esterno, in contrasto con l’ascesa e l’innovazione in Occidente, oggi la Cina dimostra una capacità di visione globale ben superiore agli altri grandi competitor, USA ed Europa in testa.
E oggi che succede? Spesso si sente dire, da parte di poco lungimiranti interlocutori: “perché dovremmo investire in «green economy» se i grandi player non fanno altrettanto?” Lo possiamo affermare senza tema di smentita: si tratta di un falso mito, che ci sta pesantemente penalizzando. Oggi più che mai -e da decenni- la Cina sta investendo in sviluppo sostenibile, ma in maniera molto diversa da come lo possiamo intendere noi intellettualmente benpensanti eurocentrici. Forse dovremmo esaminare senza pregiudizi, storici o ideologici, quanto sta realmente accadendo e renderci conto che la sostenibilità è la vera opportunità di rimanere competitivi sul mercato. Rischiamo però che rimanga tale solo per gli altri, Cina in testa. La ricetta pragmatica della Cina funziona senza sconti per nessuno, nemmeno per se stessa. Ne è esempio lo sviluppo energetico interno. “Secondo un nuovo rapporto pubblicato dal Center for Research on Energy and Clean Air (Crea) e dal Global Energy Monitor (Gem), l’anno scorso la Cina ha approvato il maggior numero di nuove centrali a carbone dal 2015. Nel 2022, la Repubblica popolare ha concesso permessi per 106 gigawatt di capacità in 82 siti, il quadruplo della capacità approvata nel 2021 e pari all’avvio di due grandi centrali a carbone ogni settimana”.[2] Nonostante gli obiettivi per la neutralità climatica, posti da Xi Jinping al 2060, la Cina produce e utilizza carbone in base alla stima e alla valutazione dei suoi bisogni e dei suoi obiettivi? Ciò basterebbe a stigmatizzarla come «paese canaglia e nemico del clima». La Cina investe su un mix energetico nel quale le energie rinnovabili aumentano il loro peso relativo; nonostante questo il contributo del carbone resta rilevante. “Il carbone è ancora il re in Cina, nonostante il boom delle rinnovabili con aggiunte record di energia solare ed eolica. La produzione di energia termica, dominata in larga misura dal carbone, è aumentata dell’1,5% nel 2024 rispetto all’anno precedente, raggiungendo il livello record di 6,34 trilioni di chilowattora (kWh), secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica cinese.[..] Il consumo di carbone nel settore elettrico continua a crescere, così come la produzione e le importazioni cinesi. La persistente crescita della domanda cinese di carbone, anche per la produzione di energia elettrica, dimostra che il carbone rimane il carico di base del sistema elettrico cinese per sostenere l’aumento delle energie rinnovabili e rimarrà tale per gli anni a venire, dato che la domanda di energia aumenta con la crescente elettrificazione delle case e dei trasporti”.[3] In tema di energia la Cina si regola velocemente, senza indugi, in base al fabbisogno e ai suoi obiettivi. Fra questi obiettivi campeggia quello di diventare il campione assoluto nelle tecnologie e nell’innovazione green nella maggior parte dei settori possibili, ottenendo un vantaggio competitivo con una strategia agile e pragmatica legata al capitalismo di Stato, alla competitività dei prezzi, alla penetrazione efficace dei mercati globali, alla gestione interna della maggior parte della catena del valore, con particolare attenzione ai segmenti intermedi, alla generazione di un mercato interno che copra un’importante parte dei consumi. Se esistono diverse ricette per pensare al futuro dello sviluppo sostenibile, quella cinese, pur controversa, pare più vincente di quella europea. Sarà opportuno continuare a domandarci: chi vince? Chi perde? Chi-dipende-da-chi? Ma la risposta, dobbiamo dircelo, in questo momento, non ci piace.
[1] M. Draghi, Rapporto «Il futuro della competitività europea», 2024
[2] L. Lamperti, La Cina produce sempre più carbone, Wired, 15.03.2023
[3] F. Lugano, Il carbone continua a dominare il mix energetico della Cina, Se – scenari economici, 27.01.2025


